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Michael Moore lo preferiamo così. Non come autore di pamphlet ad hoc, arcinemico di George W. Bush, sua ossessione del nuovo millennio, ma come osservatore naif e ironico dei mali d'America. "Perché siamo una superpotenza, la nazione più ricca del mondo, ma una larga parte dei miei concittadini vive nella disperazione".
GUARDALO IN ALTA DEFINIZIONE
E il regista di Flint questo mestiere voleva farlo, ma senza diventare il paladino degli ultimi, il fustigatore dell'America superliberista. Ci è capitato dentro quando la sua famiglia, la sua città sono stati investiti dalla crisi dell'industria automobilistica, quando la General Motors tra i maggiori profitti e il chiudere la sua filiale che impiegava decine di migliaia di lavoratori, scelse la prima opzione. E lui ne chiese conto, nel sorprendente Roger & Me, vent'anni fa. Arrivò poi The Big One, tour letterario divenuto viaggio nella disoccupazione e nel disagio sociale, l'arguto ma imperfetto The canadian bacon, suo unico film di fiction, surreale parodia dell'imperialismo americano visto dai vicini, e tanti implacabili libri. Con Bowling a Columbine, nato dalla famosa strage nel liceo omonimo e fotografia di una nazione che delle armi hanno fatto un feticcio e una religione, vince l'Oscar e diventa il nemico pubblico n°1. Il ruolo lo inebria e Fahreneit 9/11 (i brogli della Florida, le Twin Towers e l'Iraq tutti insieme) ha la presunzione di cambiare la storia e ci diede l'antipatica sensazione che volesse anche manipolarla. Arriverà comunque la Palma d'oro a Cannes. La sconfitta di Kerry è un trauma e un brusco ritorno al passato. E fa due capolavori: Sicko, sulla assurda tragedia del sistema sanitario americano, e questo Capitalism: a love story. Qui Moore analizza l'ultima crisi finanziaria cercandone le radici profonde, trovando la speranza nel filo rosso (letteralmente) che lega Roosvelt a Obama (e un discorso del primo nel 1944 a quello dell'altro nel 2009, due utopie possibili a confronto) e mostrando come ci sia una disobbedienza civile e morale a tutti i livelli, ormai, contro le ingiustizie che lo stato opera contro i suoi cittadini e a favore delle corporation. Geniale il finale, divertente e acuta l'analisi e le trovate con cui il capitalismo è messo alla berlina, soprattutto nella sua arrogante propaganda. Dai preti agli editorialisti finanziari, nessuno lo risparmia. Dio è morto, e neanche il capitalismo si sente granché bene. Voto: 8
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